Claudio prima della Gallia Comata
La Tavola Clesiana del 46 d.C. e una cittadinanza che esisteva già nei fatti

Continuando le ricerche epigrafiche che sto svolgendo su Claudio, sono tornata su un documento celebre e ampiamente studiato, ma che acquista, a mio avviso, un interesse particolare se lo leggiamo accanto alla Tavola di Lione di cui ho parlato in precedenza. Non si tratta dunque di presentare come una scoperta un testo ben noto agli studiosi: la cosiddetta Tavola Clesiana, CIL V, 5050 = ILS 206, entrò negli studi epigrafici già poco dopo il suo ritrovamento nel 1869 e fu oggetto, tra gli altri, di uno studio specifico di Theodor Mommsen nel 1870.
Ciò che mi interessa è piuttosto inserirla nell’indagine che sto conducendo sul principato di Claudio e vedere che cosa accade quando la mettiamo in relazione con altri documenti contemporanei.
Dal 48 al 46 d.C.: due anni prima della Gallia Comata
Nel precedente approfondimento ci eravamo fermati al 48 d.C., quando Claudio intervenne davanti al Senato a favore dell’accesso dei notabili della Gallia Comata alle magistrature romane e, attraverso di esse, al Senato. Per incontrare la Tavola Clesiana dobbiamo tornare indietro di due anni, al 15 marzo del 46 d.C. La distanza cronologica è minima, ma il contesto è diverso: a Lione abbiamo un grande problema politico relativo all’integrazione delle élites provinciali; qui incontriamo Claudio alle prese con una questione amministrativa e giuridica molto concreta.
La Tavola Clesiana è una lastra di bronzo rinvenuta nel 1869 ai Campi Neri di Cles, nell’attuale Val di Non, in Trentino, e oggi conservata al Castello del Buonconsiglio di Trento. Il testo riproduce un editto emanato da Claudio a Baia, nel pretorio imperiale. Prima di leggerlo, però, occorre capire dove siamo e chi sono i protagonisti.
Anauni, Tulliassi, Sinduni e Tridentini
Gli Anauni erano legati all’area dell’odierna Val di Non. I Tulliassi e i Sinduni erano altre comunità alpine della regione, anche se sulla loro esatta localizzazione è opportuno non attribuire alle ipotesi degli studiosi una precisione che le fonti non consentono. I Tridentini erano invece gli abitanti di Tridentum, l’attuale Trento, un municipio romano al quale almeno una parte di quelle popolazioni risultava adtributa, cioè collegata dal punto di vista amministrativo.
Questo legame non comportava però automaticamente che tutti possedessero pienamente la cittadinanza romana. Nel documento compare anche un’altra area geografica che, a una prima lettura, può sorprendere: Como. Non perché i Comenses fossero abitanti delle valli trentine oggetto della decisione sulla cittadinanza. La prima parte dell’editto richiama infatti una controversia precedente, risalente addirittura al principato di Tiberio, tra i Comenses, gli abitanti di Comum, cioè Como, e i Bergalei, generalmente messi in relazione con la Val Bregaglia.
La Tavola, dunque, non tratta un’unica questione. Claudio parte da vecchie controversie territoriali e patrimoniali rimaste irrisolte e solo successivamente affronta il problema che qui ci interessa maggiormente: la condizione degli Anauni, dei Tulliassi e dei Sinduni.
L’editto di Claudio
Provo a tradurre integralmente il testo, mantenendomi il più possibile fedele al latino ma rendendolo comprensibile a noi cittadini del 2026.
Sotto il consolato di Marco Giunio Silano e Quinto Sulpicio Camerino, alle Idi di marzo, a Baia, nel pretorio, fu pubblicato il seguente editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico. Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, investito per la sesta volta della potestà tribunizia, acclamato imperatore per l’undicesima volta, padre della patria, designato console per la quarta volta, dichiara: Tra le vecchie controversie rimaste per qualche tempo in sospeso, alcune risalivano addirittura al tempo di mio zio Tiberio Cesare. Per sistemarle egli aveva inviato Pinario Apollinare. Per quanto ricordo, riguardavano la controversia tra i Comensi e i Bergalei. Egli, dapprima a causa della prolungata assenza di mio zio e successivamente, durante il principato di Gaio, poiché nessuno gli chiedeva di presentare una relazione, non senza qualche ragione trascurò di riferire. Successivamente Camurio Statuto mi informò che molti terreni e pascoli appartenevano al mio diritto. Per questo inviai sul posto Giulio Planta, mio amico e compagno, affinché esaminasse direttamente la questione. Egli, dopo essersi avvalso dei miei procuratori, sia di quelli operanti in altre regioni sia di quelli presenti nelle vicinanze, svolse l’indagine con grandissima cura e accertò i fatti. Per tutte le altre questioni gli permetto quindi di stabilire e pronunciare la decisione secondo quanto mi è stato esposto nella relazione da lui redatta. Quanto invece alla condizione degli Anauni, dei Tulliassi e dei Sinduni, parte dei quali, a quanto si dice, l’accusatore avrebbe dimostrato essere attribuita ai Tridentini e parte neppure formalmente attribuita, sebbene io mi renda conto che l’origine della cittadinanza romana di queste popolazioni non sia particolarmente solida, tuttavia, poiché si dice che attraverso un lungo esercizio essi siano entrati di fatto in possesso di tale cittadinanza e siano ormai così mescolati con i Tridentini da non poter essere separati da loro senza arrecare grave danno a quello splendido municipio, consento loro, per mia concessione, di rimanere nella condizione giuridica nella quale hanno creduto di trovarsi. Concedo questo tanto più volentieri perché mi viene riferito che molti uomini appartenenti a queste comunità prestano servizio persino nel mio pretorio, che alcuni hanno ricoperto anche incarichi di comando e che altri, ammessi nelle decurie giudiziarie a Roma, esercitano la funzione di giudici. Concedo loro questo beneficio in modo tale che tutto ciò che hanno compiuto e fatto come cittadini romani, sia tra loro, sia con i Tridentini, sia con altri, sia considerato valido; e permetto loro di continuare a portare quei nomi che avevano precedentemente assunto come cittadini romani.
«Nella condizione giuridica nella quale hanno creduto di trovarsi»
Il passaggio che più mi ha colpito è quasi disarmante nella sua concretezza:
patior eos in eo iure in quo esse se existimaverunt permanere
«Consento loro di rimanere nella condizione giuridica nella quale hanno creduto di trovarsi.» Claudio riconosce apertamente che l’origine della loro cittadinanza romana non è affatto sicura. Eppure queste persone vivono da tempo come cittadini romani, sono profondamente mescolate con i Tridentini e alcune sono ormai entrate nelle stesse strutture dello Stato: prestano servizio nel pretorio, hanno esercitato comandi militari, siedono nelle decurie giudiziarie di Roma.
La distanza tra realtà sociale e certezza giuridica è diventata talmente grande che tornare indietro produrrebbe, secondo l’imperatore, un grave danno al municipio. La risposta di Claudio è pragmatica: non smonta retroattivamente una situazione ormai consolidata, ma la regolarizza. Stabilisce che gli atti compiuti fino a quel momento come cittadini romani restino validi e permette a queste persone di conservare i nomi romani che avevano assunto.
Non abbiamo bisogno di trasformare questa decisione in un moderno manifesto sull’inclusione, cosa che sarebbe anacronistica. È sufficiente osservare ciò che il documento ci mostra: diritto, amministrazione, esigenze locali e funzionamento dello Stato vengono affrontati insieme, e la norma viene adattata a una realtà che nel frattempo è divenuta più complessa.
Da Cles a Lione: esiste una stessa idea di Roma?
A questo punto il confronto con il 48 d.C. diventa inevitabile. Due anni dopo, nel discorso relativo alla Gallia Comata, Claudio ricorderà che istituzioni considerate ormai antichissime erano state in origine novità. A Cles non troviamo ancora quel ragionamento generale, ma incontriamo un caso concreto nel quale l’imperatore sembra muoversi secondo una logica compatibile: Roma non è una struttura immobile; può incorporare situazioni nuove, riconoscerle e attribuire loro una forma giuridica.
Nel 46 d.C. abbiamo Anauni, Tulliassi e Sinduni. Nel 48 d.C. i notabili della Gallia Comata. Due problemi diversi e due documenti diversi. Ma la vicinanza cronologica rende difficile non domandarsi se dietro entrambi non emerga una concezione simile del funzionamento dello Stato romano.
Le montagne sono quasi le stesse. Le appartenenze no.
Leggendo questo editto mi è venuta spontanea anche una riflessione molto più personale. Qui incontriamo comunità alpine il cui status romano era incerto, ma i cui membri vivevano ormai dentro il sistema romano, ne assumevano i nomi, ne esercitavano funzioni e talvolta servivano nelle sue strutture più delicate. Non possiamo affermare che queste popolazioni «volessero essere annesse» nel significato moderno dell’espressione: il documento non ce lo dice. Possiamo però constatare che un’appartenenza romana era ormai praticata nei fatti.
Quasi duemila anni dopo, non lontano da quelle stesse montagne, il mio bisnonno sarebbe morto durante la Prima guerra mondiale, dentro un altro sistema di Stati, frontiere, identità e fedeltà. Le montagne sono quasi le stesse. Le appartenenze no. Il confronto non serve a sovrapporre il mondo antico a quello contemporaneo. Ricorda piuttosto quanto ciò che una generazione percepisce come naturale, antico o immutabile possa essere il risultato di processi storici molto più complessi.
Anche il bronzo deve essere interrogato
Resta infine una cautela metodologica che per me è fondamentale. Quando leggiamo Tacito, Svetonio o Seneca siamo abituati a domandarci quale fosse il loro punto di vista e quanto esso potesse condizionare il ritratto dell’imperatore. Ma nemmeno un documento inciso sul bronzo diventa automaticamente una fotografia neutrale della realtà. Anche l’epigrafe ha una voce e, in questo caso, è quella del potere imperiale.
Claudio sta motivando pubblicamente una propria decisione e ci offre le ragioni che l’amministrazione imperiale ha scelto di rendere pubbliche. Non possediamo l’intero fascicolo della controversia, non ascoltiamo direttamente chi aveva sollevato il problema e non conosciamo tutte le eventuali opposizioni o gli interessi locali coinvolti. La critica delle fonti, quindi, non termina quando lasciamo gli storici e passiamo alle epigrafi: cambia semplicemente terreno.
Svetonio ci consegna il suo Claudio. Tacito il proprio. Seneca addirittura immagini molto diverse a seconda del momento in cui scrive. L’editto di Cles ci permette invece di osservare Claudio attraverso la voce ufficiale della sua amministrazione. È una prospettiva diversa e, proprio per questo, preziosa. La Tavola Clesiana non ci consente di stabilire da sola chi fosse «davvero» Claudio. Ci mostra però un aspetto che il ritratto dell’imperatore goffo, manipolabile o ridicolo rischia facilmente di lasciare nell’ombra: un principe al quale arriva un problema amministrativo complesso, che dispone un’indagine, si serve di funzionari e procuratori, riceve una relazione e prende una decisione destinata a produrre effetti concreti sulla vita di intere comunità.
Nel 46 d.C. abbiamo Cles. Nel 48 d.C. Lione. Due documenti diversi, relativi a questioni differenti, che meritano di essere letti uno accanto all’altro. Continuando a seguire Claudio attraverso le fonti contemporanee, il personaggio diventa sempre meno semplice. Ed è precisamente per questo che credo valga la pena continuare a cercarlo anche nel bronzo, nella pietra e nei documenti che il suo stesso governo ha lasciato dietro di sé.
Riferimenti essenziali
Tabula Clesiana, CIL V, 5050 = ILS 206, 46 d.C., bronzo. Theodor Mommsen, Edict des Kaisers Claudius über das römische Bürgerrecht der Anauner vom J. 46 n. Chr., Hermes, IV, 1870. A. Azzolini – A. Facchinelli (a cura di), La Tabula Clesiana al Castello del Buonconsiglio, 2021. Per il confronto con il 48 d.C.: Tavola di Lione e Tacito, Annales XI, 23-24.
Immagine: Tabula Clesiana, CIL V, 5050 = ILS 206, 46 d.C., bronzo, originale conservato al Castello del Buonconsiglio di Trento. Fonte immagine: Wikimedia Commons, pubblico dominio.
Claudio nelle fonti letterarie
Per chi volesse proseguire l’indagine attraverso una fonte di natura completamente diversa, ho dedicato a Claudio anche un video completo nel quale il ritratto dell’imperatore è costruito soprattutto a partire dal Divus Claudius di Svetonio.