Adelaide LangellaArticoli e ricerche
Storia romana · Fonti e narrazione

Claudio e la Tavola di Lione: il documento e la narrazione di Tacito

Copertina con il ritratto di Claudio e la frase: Ciò che oggi è antico, un tempo fu nuovo

Nel 48 d.C. l’imperatore Claudio si presenta davanti al Senato romano per sostenere una proposta destinata a suscitare forti resistenze: consentire ai notabili della Gallia Comata di accedere alle magistrature romane e quindi al Senato. Di quel discorso possediamo qualcosa di straordinario. Non soltanto il racconto di uno storico. Possediamo anche le parole di Claudio, conservate sulla celebre Tavola claudiana di Lione. Questo ci permette di fare una cosa rarissima: mettere accanto la voce del protagonista e la voce dello storico che, alcuni decenni dopo, racconta lo stesso episodio.

Claudio parte da lontano. Ricorda che Roma era già cambiata molte volte. Era stata governata da re; alcuni di quei re non erano nemmeno romani di origine. Numa era sabino. Tarquinio Prisco aveva un padre corinzio. Servio Tullio, secondo la tradizione etrusca citata dallo stesso Claudio, sarebbe stato Mastarna, compagno di Caele Vibenna. Poi erano cambiati gli ordinamenti: consoli, dittatori, tribuni della plebe, decemviri. Persino magistrature e sacerdozi un tempo riservati ai patrizi erano stati progressivamente aperti ad altri. Il ragionamento dell’imperatore è chiarissimo: Roma non è diventata grande restando immobile.

Claudio arriva quindi ai provinciali. Afferma di non ritenere che debbano essere respinti, purché siano uomini capaci di ornare curiam: dare prestigio alla Curia. Poi affronta l’obiezione più pesante. I Galli avevano combattuto contro Cesare. È vero. Ma Claudio costruisce una contrapposizione potentissima: ai dieci anni di guerra oppone, nelle sue parole, centum annorum immobilem fidem — cento anni di incrollabile fedeltà.

E confesso che questo dato mi ha sorpresa più di quanto pensassi. Cesare e Claudio, nella nostra percezione, sembrano molto più vicini. In realtà fra la conquista della Gallia e quel discorso è trascorso praticamente un secolo. La memoria del nemico non viene cancellata. Viene ridimensionata dentro ciò che è avvenuto dopo.

Poi arriva Tacito. Negli Annales la scena si amplia. Prima ancora di far parlare Claudio, Tacito ci mostra le resistenze dei senatori. I provinciali vengono percepiti come estranei, capaci di occupare spazi politici fino ad allora riservati all’aristocrazia tradizionale. Si ricorda il loro passato militare contro Roma. Si teme che il loro ingresso alteri un equilibrio consolidato. Non si discute semplicemente di cittadinanza. Si discute di accesso reale al potere.

Per capire meglio di quali Galli si stesse parlando basta un nome: Alesia. Tacito ricorda che, tra gli argomenti degli oppositori, c’era proprio la memoria degli antenati di quegli uomini che avevano combattuto gli eserciti romani e assediato Cesare ad Alesia. La distanza storica appare improvvisamente molto più concreta: nel 48 d.C. i discendenti di quelle popolazioni chiedevano di entrare nella classe dirigente di Roma.

Nella versione di Tacito, Claudio risponde costruendo una storia dell’integrazione romana. Parte persino dal proprio antenato sabino, Clausus, accolto a Roma e diventato cittadino e patrizio. Poi allarga progressivamente lo sguardo: altre comunità, altri popoli, altri territori entrati nel corpo romano.

Tacito concentra il ragionamento in una frase destinata a diventare memorabile: «Omnia, patres conscripti, quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere.» Tutto ciò che oggi consideriamo antichissimo, un tempo fu nuovo. E subito dopo aggiunge: «Inveterascet hoc quoque, et quod hodie exemplis tuemur, inter exempla erit.» Anche questo diventerà antico; e ciò che oggi difendiamo ricorrendo ai precedenti diventerà, a sua volta, un precedente.

Qui mi sono fermata. Perché il punto che più mi ha colpito nel confronto è questo: sia gli avversari di Claudio sia Claudio stesso cercano nel passato gli argomenti per decidere il futuro. I primi guardano alla storia per difendere un confine. Claudio guarda alla stessa storia per dimostrare che quel confine è già stato spostato molte volte.

In questo passaggio il confronto con Tacito diventa ancora più prezioso. Claudio e Tacito non raccontano nello stesso modo. Nella Tavola di Lione Claudio procede accumulando esempi. È antiquario, minuzioso, a tratti digressivo: re stranieri, Mastarna, cambiamenti delle magistrature, accesso della plebe agli honores e ai sacerdozi, precedenti più recenti. La sua domanda sembra essere: quante volte Roma è già cambiata nel corso della propria storia?

Tacito seleziona quella materia e la rende molto più compatta. Toglie diversi passaggi antiquari, costruisce con maggiore nettezza il confronto tra oppositori e imperatore e concentra il ragionamento su un principio generale: ciò che oggi consideriamo antico è stato, in origine, nuovo.

Qui sta anche una piccola lezione sul lavoro dello storico. Tacito non si limita a trascrivere Claudio. Lo interpreta. Sceglie, elimina, riordina e attribuisce a quella vicenda una forma capace di renderne leggibile il significato storico. Per una volta possediamo entrambe le cose: il documento e la narrazione. E possiamo quasi guardare lo storico mentre lavora.

L’esito fu concreto. La proposta passò e gli Edui furono i primi, tra i Galli, a ottenere il diritto di accedere al Senato romano.

Che cosa impariamo da tutto questo? Prima di tutto che l’identità romana non fu immobile. Fu costruita attraverso trasformazioni successive che, col tempo, divennero tradizione. Impariamo anche che il passato non parla da solo. Può essere usato per difendere un ordine esistente oppure per legittimare un cambiamento.

E impariamo qualcosa anche sul mestiere dello storico. Quando possediamo una fonte contemporanea e il racconto successivo di uno storico, non dobbiamo limitarci a chiederci quale delle due “dice la verità”. Possiamo domandarci che cosa viene conservato, che cosa viene eliminato, che cosa viene riorganizzato e quale significato prende forma attraverso la narrazione. La Tavola ci fa ascoltare Claudio. Tacito ci mostra come quella vicenda poteva diventare Storia.

Rimane una domanda che riguarda anche noi. Quante cose che oggi difendiamo come “tradizione” sono state, al momento della loro nascita, innovazioni contestate? La storia non ci consegna risposte già pronte. Ma ci impedisce di scambiare per eterno ciò che, molto spesso, ha semplicemente una storia.