Oltre Tacito: il bronzo e la fabbrica della memoria di Stato

Chi ha seguito il mio viaggio dentro le fonti primarie attraverso il primo e soprattutto il lunghissimo secondo libro degli Annales di Tacito sa che la morte di Germanico ad Antiochia nel 19 d.C. e il successivo processo contro Gneo Calpurnio Pisone rappresentano uno dei drammi politici più complessi della prima età imperiale.
Ma la storia non finisce nei manoscritti letterari.
Dopo aver seguito Tacito, ho sentito il bisogno di cercare altre voci: quelle delle iscrizioni, dei documenti che gli uomini del tempo vollero affidare alla pietra e al bronzo. Non per trovare una verità assoluta (anche una fonte ufficiale può essere una costruzione politica) ma per entrare direttamente nel confronto con il documento.
Ed è proprio questa ricerca che mi ha condotto a una delle testimonianze più straordinarie dell’età tiberiana: il Senatus consultum de Cn. Pisone patre, il decreto con cui il Senato romano, nel 20 d.C., fissò pubblicamente il proprio giudizio sul caso di Gneo Pisone padre.
Un documento che non sostituisce Tacito. Lo affianca. E ci obbliga a rileggerlo.
Il documento che Roma voleva far leggere a tutti
I frammenti del decreto sono stati ritrovati nella Hispania Baetica, nell’area dell’antica Gemella (El Tejar). Ma quella iscrizione non era destinata a rimanere in un solo luogo.
Il Senato stabilì che copie del provvedimento fossero incise nel bronzo e collocate nelle città più importanti delle province e persino nei quartieri invernali delle legioni, presso le insegne militari.
Roma non voleva soltanto giudicare Pisone. Voleva fissare una memoria pubblica degli eventi.
Durante questa ricerca epigrafica mi sono imbattuta anche in storie più intime: tra queste, la tomba di un medicus ocularius, un oculista legato alla casa di Tiberio, morto giovanissimo. Una vita quasi cancellata dal tempo, restituita oggi da una pietra.
Ma la scoperta più sorprendente è stata proprio questo documento: un pezzo di bronzo capace di riportarci dentro il dramma di Germanico, Pisone e Tiberio.
Vonone: la vicenda che cambia prospettiva
Tra le accuse rivolte a Pisone compare anche la vicenda di Vonone, l’ex re dei Parti posto sotto controllo romano.
Tacito racconta la sua storia nel secondo libro degli Annales: il principe arsacide cresciuto a Roma, chiamato al trono partico dopo la morte di Fraate, poi rifiutato dai suoi stessi sudditi perché troppo influenzato dai costumi romani. Dopo la sconfitta contro Artabano, Vonone cerca rifugio in Armenia e infine viene mantenuto sotto sorveglianza romana in Oriente.
La sua parabola è già presente nella narrazione tacitiana. Ma il Senatus consultum introduce un elemento diverso: trasforma Vonone in una delle accuse contro Pisone.
Il decreto afferma che Pisone non avrebbe rispettato le disposizioni di Germanico:
Vononem qui suspectus regi Parthorum erat longius removeri voluerit ne profugere ex custodia posset id quod fecit...
“Vonone, sospetto al re dei Parti, doveva essere allontanato affinché non potesse fuggire dalla custodia: cosa che poi fece.”
E subito dopo arriva l’accusa più pesante:
magnis muneribus Vononis corruptus
“Corrotto dai grandi doni di Vonone.”
Sulla pietra ufficiale, Pisone non è soltanto il patrizio ostile a Germanico. Diventa un uomo accusato di aver messo in pericolo gli equilibri orientali dell’Impero, corrotto dal denaro di un sovrano straniero.
Tacito e il Senatus consultum non raccontano necessariamente due storie incompatibili. Raccontano due prospettive diverse dello stesso evento: una narrazione storica e una dichiarazione politica.
Il nemico da cancellare
Il Senato non presenta Pisone soltanto come l’avversario politico di Germanico, ma come una minaccia per l’ordine romano.
Il suo ritorno armato in Siria viene definito un tentativo di guerra civile:
bellum civile excitare conatus sit
“Avendo tentato di provocare una guerra civile.”
Ma la condanna non termina con la sua morte.
Il Senatus consultum interviene anche sulla memoria: ordina la rimozione delle immagini, l’eliminazione del nome, l’esclusione dagli onori familiari e la confisca dei beni.
Roma non si limita a punire un uomo. Decide anche quale immagine di quell’uomo dovrà consegnare ai posteri.
Propaganda o memoria ufficiale?
Ed eccoci davanti alla domanda più affascinante.
Il Senatus consultum è una fonte straordinaria perché ci permette di ascoltare la voce ufficiale del potere romano. Ma proprio per questo dobbiamo interrogarla.
Il Senato sta raccontando ciò che realmente accadde oppure sta costruendo una narrazione utile a chiudere una crisi politica enorme?
Nel 20 d.C. la morte di Germanico aveva sconvolto l’opinione pubblica romana. Il giovane principe era amatissimo. Il sospetto di un complotto era diffuso. Il rapporto con Tiberio era avvolto dall’ambiguità.
Trasformare Pisone nel responsabile assoluto significava offrire un colpevole preciso e ricomporre l’ordine.
Ma questo significa che tutto fosse falso? Oppure il decreto ci consegna semplicemente un’altra prospettiva dello stesso dramma?
È qui che nasce la storia.
Una fonte ufficiale può essere contemporaneamente una costruzione politica e una testimonianza fondamentale del mondo che l’ha prodotta.
Il bronzo e gli Annales
Tacito, un secolo dopo, avrebbe cercato nei conflitti, nelle ambizioni e nei silenzi del potere le contraddizioni nascoste dietro le versioni ufficiali.
Il bronzo e gli Annales non sono soltanto due racconti. Sono due voci che dobbiamo mettere in dialogo.
La cosa più sorprendente? Questa iscrizione è emersa da una mia ricerca apparentemente lontana dalla vicenda di Germanico e Pisone.
Ancora una volta le fonti dimostrano che la ricerca storica non procede sempre lungo strade già tracciate: a volte siamo noi a cercare gli archivi, altre volte sono gli archivi stessi ad aprirci percorsi inattesi.
È questo il fascino della storia: non ricevere risposte già confezionate, ma imparare ad ascoltare le voci del passato.