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In quale opera si trova?

Libri della biblioteca personale di Adelaide Langella, tra cui La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso e testi di Cicerone
Fotografia originale di Adelaide Langella · Libri della sua biblioteca personale.

In questi mesi ho scoperto due curiosi fenomeni della rete che, a ben vedere, sono molto più simili di quanto sembri.

Il primo sono le frasi celebri mai dette.

Compaiono attribuite a Machiavelli, Aristotele, Einstein o a qualche altro nome sufficientemente autorevole. Sono perfette, memorabili, spesso accompagnate da una bella fotografia. Raccolgono centinaia di consensi e vengono condivise ancora e ancora.

Poi arriva qualcuno e fa una domanda terribilmente antiquata:

«In quale opera si trova?»

Ed ecco che cominciano i problemi.

Perché la frase è ovunque, ma la fonte non si trova.

La rete possiede una straordinaria capacità di trasformare la ripetizione in autenticità: se una cosa è stata condivisa abbastanza volte, a un certo punto sembra vera semplicemente perché l'abbiamo già vista.

Poi c'è un secondo fenomeno, molto meno divertente.

Molti dei miei contenuti digitali cominciano molto prima di diventare digitali.

Cominciano da libri. Spesso da libri antichi, miei, come quelli che vedete nella fotografia. Libri cercati, conservati, letti e riletti. Da una pagina nasce una pista; da quella pista un'altra ricerca; poi arrivano il confronto con le fonti, la traduzione, la verifica, la scrittura e infine il video.

A volte sono ore, altre volte giorni di lavoro, per pochi minuti (o pochi secondi) di contenuto.

Poi quel percorso ricompare altrove.

Il video è nuovo. Le immagini sono nuove. Le parole magari sono leggermente diverse.

Ma ritornano lo stesso episodio, la stessa fonte, gli stessi particolari e talvolta persino la medesima successione narrativa.

Ed è forse questo che fa più male: non vedere copiate semplicemente delle immagini o delle parole, ma riconoscere il percorso della propria ricerca nelle parole di qualcun altro.

Dopo qualche passaggio, naturalmente, nessuno sa più da dove sia partito tutto.

È una forma curiosa di archeologia digitale al contrario: invece di scavare per arrivare alla fonte, seppelliamo la fonte sotto una montagna di repliche.

E così ho imparato che nel mondo digitale esistono anche i ladroni della ricerca: non hanno bisogno di rubare materialmente un file. È molto più semplice trovare qualcuno che abbia già fatto il lavoro difficile e ripercorrerne le orme.

Forse, allora, dovremmo recuperare proprio quella vecchia e noiosissima domanda:

«Qual è la fonte?»

Perché vale per una frase attribuita a Machiavelli.

Vale per un episodio storico.

E qualche volta vale persino per scoprire chi abbia fatto davvero il lavoro per primo.

La rete dimentica in fretta.

Per fortuna, le date di pubblicazione un po' meno.

P.S. La fotografia è mia e ritrae alcuni dei miei libri. Molti dei miei contenuti digitali cominciano proprio da qui.

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